Avidità

Avidità fa rima con solidità; ed appare dunque positiva secondo questo semplice apparentamento. Forse se c’è una cosa che non può imputarsi a questo peccato capitale è questa:  è eterno; nel senso che non ammette pentimenti, quindi, come i diamanti,  è per sempre. 

Per contro, l’opulenza non è un incentivo alla saggezza e nemmeno al funzionamento virtuoso di una comunità. Nell’ago della bilancia, dunque, si  dovrebbe dare preferenza all’avidità, piuttosto che alla sobrietà. Però, seguendo la rima, anche sobrietà fa rima con solidità. E la sobrietà combatte l’avidità ne respinge l’etica ed il comportamento.

Nell’agio ci si rilassa, si è contenti, appagati del proprio status, quindi, perché cambiare? Invece è la fame che fa l’uomo curioso e, soprattutto, furbo.

Allora, si dovrebbe dedurne che i più affamati sono quelli del terzo e quarto mondo. E lo sono sicuramente, ma non nel senso auspicato dal liberal-capitalismo. E’ necessario infatti che a questa “fame” individuale vi sia anche l’ambiente adatto a farla sviluppare nel senso giusto. In tal caso  si potrebbe persino pensare che un anonimo Stefano Lavori, nato e vissuto nei quartieri spagnoli, figlio di una baldracca napoletana, sia capace di costruire una profittevole “mela” partenopea, in grado di surclassare i diretti concorrenti d’oltreoceano. E poi, magari creare pure un impero dal nulla, magari facendolo nascere in un basso abusivo dell’hinterland napoletano. Chi si è recato – almeno una volta nella vita – in una  Banca per chiedere un prestito sa benissimo a cosa va incontro.

Stefano Lavori e Stefano Vozzini si recano separatamente in banca al fine di ricevere un finanziamento alla loro idea.

“Stay hungry, Stay foolish”.  Detta così, la follia legata alla fame non porta a nulla di buono. Ma se Steve Jobs fosse nato a Napoli cosa sarebbe accaduto? Sarebbe diventato ugualmente l’inventore dei PC dalla mera iridata?  Esiste una Napoli dell’immaginario che esce dal solito cliché degli spaghetti e mandolini?  O, molto più semplicemente, si sarebbe limitato a vendere gli orologi Rolex clonati dai cinesi,  agli angoli di Piazza Garibaldi? Fantasie.

Una volta ascoltando la santa messa l’officiante pronunciò quella famosa frase del Vangelo secondo cui “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli…” Rimasi turbato. E non perché io fossi ricco e facessi una vita agiata.Il motivo era un altro. E perché mai non dovrebbe anche lui, anche se ha peccato, godere del perdono divino? Subito qualcuno mi risponderà che si, è possibile salvarsi, anche in questo caso.

Ma il mio, evidentemente, è un discorso di ordine più generale. Mi spiego meglio. Perché un ricco dovrebbe trovarsi in una condizione di partenza assai sfavorevole rispetto ad un povero? Forse per restituire nell’al di là ciò che è stato tolto nell’al di qua? Allora, però, occorre dire che l’al di là è eterno, mentre qui l’esistenza è un soffio di vento.

Non sono tutti figli del medesimo Dio? Non siamo forse tutti uguali di fronte al figlio dell’Uomo?

Evidentemente no. Da qui ne discende il fatto che la giustizia non presuppone l’uguaglianza. Ma, appunto, l’esatto contrario. 

Sul fronte eminentemente pratico le cose si fanno ancor più interessanti. Nella vita di ogni giorno come si comporta l’avidità?

E’ solo negativa o assume anche aspetti positivi? 

Ieri, per caso, mi sono imbattuto in un vecchio film di Oliver Stone: “Wall Street”.

Gordon Parla a Bud

 

Il protagonista principale è un trader senza scrupoli,  che scala società “decotte” e mal gestite; le rileva per quattro soldi, ne assume il controllo, le smembra e le rivende, pezzo per pezzo, guadagnandoci sopra una fortuna. Il suo nome è tutto un programma: Gordon Gekko, pronunciato con la G molto dura e gutturale, stigmatizza perfettamente l’avidità: “Greed is godd”.

Gekko nel mondo di Wall Street è assurto ad icona, a modello da imitare e seguire. Gekko è un mito. E’ la produzione di denaro per il denaro, per il possesso fine a se stesso. E’ la ricerca incessante di ricchezza, come unico fine da osservare e perseguire. Possedere il lusso in quanto tale, ostentarlo per suscitare invidie e frustrazioni. Il tutto evidenziato da volgari cliché, che ne mostrano l’estrema tracotanza. Anche la cultura è al suo servizio: legge l’arte della guerra di Sun Tzu e la mette abilmente in pratica. In lui non domina il mezzo tono, i colori sbiaditi. Tutto è chiaramente aggressivo. 

Anche il suo sguardo è penetrante e sembra violentare chi gli sta di fronte. Lo si nota allorquando rimira con soddisfazione il suo  timido apprendista, il quale ammette candidamente che prima di diventare ricco non aveva mai capito quanto fosse povero.   Il suo allievo è un certo Bud Fox che, stufo della solita routine come broker, vuole uscire dall’anonimato e diventare come Gekko. Dopo varie peripezie, dove viene continuamente messo alla prova da Gordon, che in questo caso, assume il ruolo di una sorta di collaudatore antropologico, riesce quasi nel suo intento. Ma per farlo dovrà passare sul corpo di suo padre. Di lì la svolta che, a mio parere, da un senso a  tutto il  film. Gordon Gekko non è solo il prototipo del rampantismo, Gekko è la risposta “democratica” a chi è ricco sin dalla nascita. Infatti il suo nemico principale è Sir Larry Wildman, un facoltoso nobile  inglese, trasferitosi a New York. Gordon rappresenta il nuovo potere americano che si sostituisce a quello inglese nel dominio del mondo.

In effetti, tale modello sarà seguito negli Usa da tutti coloro che, in un modo o nell’altro – vedi il caso Enron – faranno dell’avidità la loro unica bandiera.

Gordon Gekko, contrariamente a quanto si può pensare in questi casi, non è solo un personaggio creato dalla fantasia del suo regista, non è un “anti-eroe” che vive solo nel mondo della celluloide; egli può davvero assurgere a mito calato nella realtà. E non è unico. Proprio perché è una risposta “democratica”, egli avrà tantissimi esempi reali. E la realtà, in questo caso, supera la fantasia.

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La metapolitica dell’Idra

“C’è un detto secondo cui i politici sanno cosa fare ma non sanno come farsi rieleggere; è così che i popoli vengono ingannati e i politici vengono – a loro volta-  sostituiti dai tecnici che non hanno, o pensano di non avere, bisogno dei popoli,  E’ arrivato il tempo per interrompere questo circuito”.

da Uscita di Sicurezza di Giulio Tremonti.

 

 

 


Di fronte alla precedente crisi finanziaria, si era arrivati al punto in cui si era compresa l’urgenza di imporsi un comune standard di regole affinché la finanza sregolata (la finanza per la pura finanza) fosse ricondotta almeno ad una cornice di legalità,  attraverso l’adozione comune e condivisa di regole chiare e cogenti a livello internazionale (global legal standard). L’alta finanza, di fronte a questa possibilità, ha reagito come una bestia feroce e ha sferrato un vero e proprio colpo di coda. 

Questo evento metapolitico si è tradotto sulla “terra” della politica attraverso questi ultimi eventi. 

I tecnici della finanza si sono re-impadroniti dell’agenda politica. E, a  quel punto, i “politici” si sono divisi in due:

  1. chi ne capiva  poco (di economia e finanza) ha continuato (intimorito)  a rincorrere il  mercato,  spesso assecondandolo; a continuato imperterrito  a ripetere pappagallescamente i soliti falsi slogan e le sue parole vuote (“spread” ecc.);
  2. chi, viceversa, conosceva bene i meccanismi usurocratici globali si è messo al completo servizio della finanza.

Dunque, in definitiva, la finanza senza regole e, soprattutto, senza scrupoli, continua a crescere in modo esponenziale, a dominare incontrastata, in quanto la politica è ormai assente sia a livello nazionale sia a livello europeo ed ha perso totalmente il controllo della propria agenda. 

Quello che è successo negli ultimi quattro lustri  appare come una vera e propria rivoluzione. 

E’ una modificazione totale del manifestarsi del capitalismo selvaggio. Secondo Carlo Marx il capitale era il capitale fisso: cioè il capitale delle industrie e delle Banche che si opponeva alla forza-lavoro. Il capitale fisso circola in base al capitale circolante (che però è un ausiliario, un mero accessorio). A causa dell’instaurazione di una nuova situazione geografica (chiamata globalizzazione), di una nuova tecnologia (internet) il  capitalismo precedente (capitalismo perdente) era limitato alla ricchezza fisica… la nuova tecnologia informatica, invece,  ha consentito agli speculatori di andare oltre il capitale fisico… d’inventare in modo virtuale una ricchezza fittizia, infinita, una ricchezza reale inesistente se non nella comune convenzione e credenza che ci sia. Questo dato di fatto ha portato la finanza derivata ad superare di moltissime volte il valore del PIL; la qual cosa è abbastanza curiosa… perché se il PIL è il PIL la finanza non può (e non dovrebbe) essere maggiore del PIL medesimo. Non contenta di ciò l’alta finanza ha provveduto a corredare la sua pratica diabolica di un nuovo supporto ideologico, in quanto riteneva il liberismo  ormai una pratica desueta, superata, non più adatta alle nuove esigenze.  Al servizio è giunto immediatamente un nuovo clone ideologico: il mercatismo, che è in effetti la teoria del dominio assoluto dei mercati (leggi plutocrazia) sulla politica e sul mondo. 

Noi ci troviamo dunque in una situazione mai verificatasi prima nella storia: il capitale circolante è divenuto il capitale dominante, ingenerando la cosiddetta dittatura del denaro. Essa domina su tutto: sul vecchio capitalismo, sugli stati che le hanno ceduto (in tutto o in parte ) la sovranità e sui popoli.

Questi ultimi reclamano inutilmente la sovranità. Non si sono accorti che adesso sono fuori tempo massimo.  Cosa ancora più grave e terrificante è che questo meccanismo finanziario, non è – come si potrebbe pensare – un “Sistema economico” come poteva essere il vecchio capitalismo o anche il modello socialista sovietico. Così l’apparente “tregua” odierna, non è il frutto di scelte ragionate ed assennate. Al contrario, esso non è altro che una mera variante sullo stesso tema, un abile escamotage per non dar nell’occhio e, soprattutto, per far si che i popoli (gregge belante) vengano depredati di tutte le loro ricchezze, senza che vi siano rivolte e tumulti significativi. Questo sistema è fondamentalmente anarchico. E’ un “Non – Sistema”. Una realtà fuorviante, attualmente fuori controllo. Una sorta di imbroglio alchemico, ingenerato dal maligno. In altre parole qui non c’è il liberismo di un Adam Smith che voleva la ricchezza delle nazioni… qui il capitale è una sorta di Idrovora che divora tutto, nazioni comprese. Appare chiaro che quando questa idra avrà  “ingurgitato” le nazioni e  bevuto il sangue dei popoli divorerà se stessa, non avendo più nulla da cui attingere linfa vitale.

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Il denaro è debito

Un tema di estrema attualità, spesso sottovalutato nel passato, è quello dell’annoso debito pubblico.

A partire dagli anni ottanta, il debito pubblico  è stato un problema solo per gli “addetti ai lavori”, non afferente l’ambito della politica partecipata, soprattutto a livello collettivo.  Nessuno si preoccupava più di tanto; e se qualcuno si permetteva di sollevare il problema nelle aule parlamentari veniva immediatamente ridicolizzato.

Tuttavia, gli eventi di questi ultimi anni ci dimostrano  che era invece necessario prenderlo seriamente in considerazione. Oggi, purtroppo, ci troviamo nella necessità di sciogliere questo nodo, pena la perdita di conoscenza in un settore fondamentale per la nostra economia. La formazione del debito pubblico è uno dei primi frutti bacati della partitocrazia. Una sorta di vizio pubblico, per cui, tutti insieme, allegramente, si è proceduto per decenni a spendere e a spandere senza alcuna cognizione di causa. Il ricorso al debito, nel nostro Paese, è diventato – da quel periodo in poi – un modo ordinario di sgovernare il paese, e di governare gli appetiti famelici dell’apparato partitocratico,  in barba alle più elementari nozioni di economia. Adesso che la dimensione del debito in rapporto al Prodotto interno lordo ha assunto dimensioni macroscopiche fino ad arrivare al 120% del rapporto debito/Pil si corre ai ripari invocando lo stato d’eccezione e, persino, la sospensione della sovranità popolare. Attualmente il governo ha varato una manovra finale di sicuro impatto sociale. Ma non credo che servirà…

La storia

Senza andare troppo indietro nel tempo faccio una breve cronistoria degli eventi più significativi.

plutocraziaPer comprendere appieno il fenomeno (sottovalutato) del debito pubblico occorre scavare a fondo, fino alla “radice” politica di questa “realizzazione” delle due condizioni di sostenibilità del debito pubblico. I disavanzi primari cominciano a formarsi in modo consistente nella prima meta degli anni ‘70. Complessivamente, in questo decennio, il debito pubblico  aumentò dal 40% sino al 60%. Nel decennio dei “meravigliosi anni ‘70” abbiamo assistito ad un aumento del 20% del rapporto debito pubblico/Pil. Per capirne i motivi, occorre scomporre, per voci di spesa, il disavanzo di bilancio. Da che cosa era originato questo deficit? In quegli anni i disavanzi primari sono in parte giustificati da una esigenza di sostenere la nostra economia in una fase congiunturale sfavorevole. Ma questa è solo una parte della spiegazione.

Tra il 1970 e il 1980 la spesa pubblica corrente aumenta dal 32% al 39%. Quindi, un aumento di tale portata, non può avere come giustificazione  soltanto quella di sostenere l’attività produttiva. Il motivo  deve ricercarsi nella spirale contestazionistica del 1968, nella quale affiora con forza l’affermazione di taluni nuovi diritti che avranno negli anni successivi una ricaduta economica notevole.  Queste rivendicazioni salariali troveranno una risposta politica del tutto sganciata dalle teorie economiciste che legavano il profitto al salario. Sono anni in cui si realizzano sostanziali aumenti contrattuali, trattamenti pensionistici più favorevoli ecc.   Anche nella sanità si registrò un forte aumento della spesa,  completamente slegata da una gestione oculata della cosa pubblica. I partiti, fregandosene della meritocrazia e dei rendiconti di bilancio avviarono una “campagna acquisti” per esclusivo tornaconto personale o del partito di appartenenza. Il fatto che la spesa pubblica fosse sempre in continuo aumento non generò allarmi di grande portata. La condizione di permanente disavanzo strutturale del sistema ha origine quindi in una debolezza della politica. La politica fu incapace di governare responsabilmente i forti conflitti sociali che si determinarono in seguito al ‘68 e dunque vi fu una risposta consociativa dei partiti alle nuove esigenze che affioravano a ridosso degli anni ‘70. L’estrema incapacità della politica “democratica” dei partiti (partitocrazia) diede luogo ad una consociazione  attiva sul terreno della spesa pubblica, tra i partiti di maggioranza e quelli di opposizione. DC e PCI furono – in questo preciso frangente – sempre più frequentemente uniti nella votazione dei programmi di spesa, incuranti degli enormi debiti che ingeneravano.  La Banca d’Italia, negli anni settanta, condivise con il Ministero del  Tesoro l’obiettivo della crescita economica, anche a scapito del contenimento dell’inflazione; per cui, mentre il disavanzo primario aumentava, il tasso di interesse veniva mantenuto molto al di sotto del tasso di crescita del pil, favorendo, in questo modo, una stabilizzazione del rapporto debito/pil.

Per tal via, i debiti di bilancio, durante quegli anni, furono finanziati da quella che gli economisti chiamano “monetizzazione” del debito pubblico. (Finanziamento del debito).  E’  la ricetta che alcuni politici invocano ora con la creazione degli euro bond, semplicemente per continuare a lucrare su tutto. Dimenticano che una tal cosa esige una governance europea con politiche comuni. Una tal cosa, inoltre, prevede la modifica dei trattati e, per adesso, la Germania è fortemente contraria. La legge infatti stabiliva che la Banca d’Italia fosse obbligata a sottoscrivere le quote  dei titoli di debito pubblico che il Tesoro emetteva sul mercato ma che non riusciva a vendere. Questo meccanismo aveva il forte svantaggio di ingenerare delle forti spirali inflazionistiche, anche se non produceva notevoli ripercussioni sul tasso di interesse, che rimaneva contenuto entro limiti accettabili.

Sino al 1970,  gli accordi di Bretton Woods furono in grado di contenere gli squilibri economici. Poi, però, la guerra del Vietnam fece lievitare fortemente la spesa pubblica statunitense, per cui il sistema andò in crisi.  Infatti, di fronte al crescente indebitamento degli USA, aumentavano le richieste di conversione delle riserve auree.

Ciò spinse il presidente USA, in illo tempore, Richard Nixon,  ad annunciare, il 15 agosto 1971, a Camp David, la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Le riserve statunitensi si stavano pericolosamente assottigliando: il Tesoro degli USA aveva già erogato 90.000 tonnellate d’oro. Nella gestione del Fondo Monetario Internazionale erano già operativi i Diritti Speciali di Prelievo con un valore puramente convenzionale di un diritto speciale di prelievo per un dollaro.

Nel dicembre dello stesso anno il Gruppo dei Dieci firmò l’accordo Smithsonian Agreement, che mise fine agli accordi di Bretton Woods, svalutando il dollaro e dando inizio alla fluttuazione dei cambi. Lo standard aureo (Gold Standard) fu quindi sostituito da un non sistema di cambi flessibili. Questo rappresentò un cambiamento epocale, poichè la moneta perse il suo valore intrinseco, diventando in tutto è per tutto un biglietto di carta.

Negli anni ’80 la “musica” cambiò completamente. La FED (Federal Reserve), sul finire degli anni ’70, incominciò, infatti,  a seguire il mefitico “trend” monetarista,  per cui vennero adottati tutti gli indirizzi restrittivi di detta politica monetaria. Proprio in quegli anni e, precisamente, nel 1979,  l’Italia fece il suo ingresso nello SME.   Due anni più tardi, nemmeno a farlo a apposta, si realizzò un fatto molto importante: la Banca centrale di emissione (Banca d’Italia) non era più obbligata a sottoscrivere i titoli  statali che il Tesoro non fosse riuscito a piazzare sul mercato o a vendere ad investitori privati. Quindi, a questa trasformazione istituzionale, fece seguito anche un mutamento della politica monetaria. In cosa consisteva questa trasformazione? Anzitutto  fu messa in pratica la politica monetarista della FED  che si tradusse sia in una notevole restrizione della base monetaria  sia in un poderoso aumento dei tassi di interesse.  Questi ultimi superarono di parecchi punti i tassi di crescita del Prodotto interno Lordo (PIL).    Mentre gli anni ‘ 70 furono caratterizzati dal patto di alleanza fra la Banca d’Italia  e il Ministero del tesoro., gli anni successivi, furono caratterizzati da un enorme indebitamento dello Stato verso la Banca Centrale. Ma, in definitiva,  quale furono le ragioni di tale divorzio? La prima ragione fu quella di porre fine al meccanismo inflazionistico di disavanzo. Finanziare il disavanzo attraverso l’ampliamento della base monetaria creava sicuramente una spirale inflazionistica. La seconda motivazione era dettata dal fatto che si voleva “responsabilizzare” la classe politica, attraverso una politica legata al debito pubblico. Si riteneva, cioè, che il parlamento, messo di fronte al dato inoppugnabile di un aumento del deficit di bilancio pubblico e, soprattutto, ad un elevato aumento dei  costi, in termini di tassi di interesse, avrebbe messo  fine agli sprechi. Questa ultima  considerazione, però,  fu del tutto disattesa e gli anni ottanta furono caratterizzati da un’ingentissima spesa pubblica per il pagamento degli interessi.

Questo disavanzo di bilancio non si fermò nemmeno negli anni successivi dove, nonostante la congiuntura internazionale fosse favorevole, con una forte espansione del ciclo economico internazionale, il Pil passò dallo 0,6% del 1982 a quasi il 4 % del 1988. Dunque, nonostante una fase espansiva del ciclo economico, si continuò ad accumulare forti disavanzi di bilancio che fecero salire il debito pubblico in modo esponenziale.  Non si può parlare di economia keynesiana. Difatti,  chi segue la politica di John Maynard Keynes, non farebbe mai una cosa del genere. La crescita di questo disavanzo anche negli anni ‘80 non fu l’esito di politiche neo keynesiane.  Il problema del disavanzo pubblico era noto a tutti in quegli anni. Ma tutti fecero finta di non vedere. Per la verità, il governatore della Banca d’Italia Ciampi scrisse: “In nessun altro paese industrializzato i disavanzi pubblici hanno mantenuto per così lungo tempo dimensioni tanto ingenti come in Italia. I problemi posti dall’interazione tra debito accumulato e disavanzi ripetutamente elevati si fanno pressanti”.

Che amara delusione! A ben vedere, questa “ragione” assomiglia assai ad un pretesto di ordine diverso. Perché mai dei governanti abituati a spendere e a spandere, accreditandosi presso l’elettorato come dei veri e propri benefattori, avrebbero dovuto rinunciare al migliore dei privilegi?  In altre parole, se avessero fatto diversamente, si sarebbero scavati la fossa con le loro stesse mani, dato che il monopolio del consenso, passava (e passa ancora) proprio attraverso l’elargizione di favori e prebende pagate col debito…

La “responsabilità” dei politici nell’arco di 150 anni non si era mai vista, soprattutto nei confronti del Sud-Italia, dove fu attuata una fiscalità di rapina.  Tutta una serie di tasse e balzelli, fino ad allora pressochè sconosciuti, furono allora introdotti facendo passare il Regno delle due Sicilie dalla categoria dei paesi a imposte lievi a quella dei paesi a imposte esorbitanti; imposta doiricchezza, mobile, tasse di registro e bollo. tasse giudiziarie, successione, fondiaria, ecc.

Quindi, a ben vedere, da questi primi dati emerge un elemento inquietante che, però, non viene mai menzionato nelle rassegne di approfondimento economico. Tutti, infatti, si soffermano ad elencare sprechi e ruberie, malversasioni, e pratiche vessatorie. Nessuno si ferma su di un punto fondamentale. Di chi è la moneta?

In teoria, nei cosidetti regimi democratici, la sovranità spetterebbe al popolo ( art. 1 della costituzione repubblicana). In pratica, però, per i motivi anzidetti, la emissione monetaria è da tempo detenuta dalle Banche centrali di emissione (Banca d’italia prima, BCE adesso).

Naturalmente, da che mondo è mondo, le Banche non hanno mai prestato per amor di patria, e tanto meno lo fanno adesso, dove i titoli del debito pubblico, necessari per le esigenze statali e per monetizzare il mercato, vengono “scontati” al cosiddetto  Tasso  di sconto (TUS) dalle Banche centrali di emissione. Quindi il problema del debito pubblico, oltre a tutti gli elementi già in nostro possesso, si arricchisce di questo prezioselemento che non è affatto secondario; ma che invece, contestualmente, è all’origine di tutto, portandosi dietro anche gli altri fattori.  E’ il cosiddetto Signoraggio  Bancario di cui purtroppo nessuno parla ma che – senza troppa pubblicità – la stessa Banca d’Italia riconosce e definisce.

Il Ministero del Tesoro e dell’Economia sono perfettamente in grado di gestire tutti i processi concernenti l’emissione monetaria.  L’Istituto poligrafico dello Stato, inoltre, detiene già da tempo la cultura e le specializzazioni richieste in tale materia. Si ritorni dunque a battere moneta in nome e per conto esclusivo  degli elettori restituendo la sovranità al popolo in modo concreto e reale. In altre parole bisogna riscoprire il valore fondante della relazione dialogica  che  toglie ai processi di finanziarizazione  il potere di controllo della  vita sociale ed economica dei popoli.  In questo senso (e solo in questo)  risiede il primato della politica sulla economia.

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Compleanno

Sono passati quattro lustri dalla creazione dell’Europa monetaria e di acqua sotto ai ponti ne abbiamo vista scorrere moltissima.  Allora,  a Maastricht, c’erano solo dodici Paesi. Oggi siamo a quota ventisette e, probabilmente, domani si raggiungerà quota ventotto con l’allargamento dell’Europa alla Croazia.   Ma proprio in questo momento l’edificio europeo  potrebbe collassare. Chi se ne intende ci suggerisce che i politici accettano misure drastiche solo quando si aprono davanti a loro le porte dell’abisso.

Correva l’anno 1992 e, a  Palazzo Chigi, sedeva Il Dottor Sottile,  designato da  Oscar Luigi Scalfaro per mettere a posto i conti:  93 mila e duecento miliardi di vecchie lire tra prelievi fiscali, tasse e balzelli vari. E fu solo l’inizio di una lunga serie di finanziarie “lacrime e sangue”,  che prelevarono tutto quanto il prelevabile onde consentire il rispetto dei parametri di Maastricht e per farci entrare nel Club di Eurolandia. Chi pagò? Pantalone, come sempre.

Intanto, Prodi e compagnia bella spacciavano l’euro come fosse una pepita d’oro.

Massimo D’Alema il sedici novembre 1998  dixit:

“Dobbiamo sfruttare nel migliore dei modi i grandi vantaggi che ci porterà l’euro: dalla stabilità alla spinta verso lo sviluppo economico, fino alla bassa inflazione e alle opportunità di crescita”.

Anche Carlo Azeglio Ciampi, ex presidente della Repubblica, nonché Governatore della Banca d’Italia, il 7 febbraio  dell’anno 2000,  ad una delegazione di imprenditori italiani in visita al Quirinale, ebbe a dire:

“Vi ricordate quanto si pagava in più di interessi rispetto ai concorrenti europei? Prima dell’euro lo stato italiano era considerato un debitore meno affidabile di altri stati. Ora siamo credibili quanto gli altri”.

In tutto  questo tempo, però, noi comuni mortali di crescita ne abbiamo vista poca e la credibilità e venuta meno.  Le uniche cose che abbiamo visto crescere sono gli sprechi improduttivi e gli scandali a catena del dopo-tangentopoli. Il cambio sfavorevole, sin dall’entrata nell’euro, ci ha portato a spendere di meno, ancor prima che si verificassero le crisi. L’euro avrebbe dovuto portare in Italia meno inflazione, tassi di interesse più bassi, e, soprattutto, riempire la voragine del debito pubblico. Per non parlare dell’Euro-tassa che doveva metterci in linea con il resto dell’Europa. Che ne è stato di tutto questo? Adesso, con la crisi in atto, siamo sull’orlo del baratro. Cosa dovrebbero capire i nostri politici?

Facciamo un po’ di storia.  Il progetto di Eurolandia è nato nel segno dell’ambiguità. Si è costruita un’entità, senza un governo politico unico,  che nascondeva la forza della Germania e la debolezza della Francia. E, dotandosi di una moneta unica, l’Europa ha voluto giocare la sua partita tra i pesi massimi del mondo, comprese le economie emergenti. Per questo traballa sotto i colpi del mercato, e non riesce a reagire. Così si direbbe o, meglio, così ci dicono.
”L’ Europa è cresciuta – ci dicono. Certamente, ma a che prezzo e, soprattutto, come?
Siamo davvero competitivi nell’ambito mondiale? Il problema del debito sovrano non investe solo i paesi mediterranei come la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo. Il problema del Debito è alla base di questa costruzione monetaria, che non fa l’interesse del popolo, ma delle sue oligarchie finanziarie. Il debito pubblico è una zavorra che si auto alimenta, diventando, via via, insormontabile.
La crisi che sta investendo l’Europa è dovuta  principalmente (ma non esclusivamente) al declassamento dei titoli statali del debito pubblico. Ma andiamo per ordine.
Lo Stato per venire incontro alle sue esigenze monetarie emette titoli di stato che vengono scontati dalle banche di emissione. Successivamente questi titoli  vengono messi in borsa e quotati dalle famigerate agenzie di rating. Quando le banche intendono alzare i tassi di interesse, spediscono le proprie “veline” alle agenzie di rating, che, a loro volta, declassano i titoli di stato in questione. Dopo di che gli stati colpiti da giudizi negativi sono costretti – obtorto collo – ad accettare le condizioni capestro a tassi più elevati. Quando si supera un certo limite (rapporto debito/Pil),  arrivano le autorità monetarie europee, spediscono “lettere intimidatorie” agli stati insolventi per indurli a più “miti consigli”.  Se gli stati non recepiscono le “informative europee”, le oligarchie finanziarie mandano i loro emissari nei paesi disobbedienti per metterli in riga. Questa è – in estrema  sintesi – la situazione attuale, ragion per cui,  se l’alternativa è “la borsa o la vita”, meglio propendere per la seconda.

dal  Blog http://scleramenti.blogspot.com/  : la Politica rassegnata in edizione economica.

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Il preside precario

Viviamo in un’epoca in cui le esigenze della economia e quelle della politica confliggono fortemente, solo per usare un gentile eufemismo. La manovra del governo tecnico è inefficace oltre che vessatoria. Invece il comportamento della politica italiana è vergognosamente scandaloso. La resa delle classi dirigenti ai diktat dei poteri forti è palpabile  e ormai anche la gente comune comincia a capire.
La manovra è concepita in modo tale da rassicurare mercati finanziari e l’asse franco-tedesco, e corrisponde a quanto per il momento si richiede. E’ ovvio che ciò non basterà a rifocillare gli appetiti superlativi delle classi parassitarie che decidono la sorte dei lavoratori.Si può soltanto prenderne atto, per il punto a cui sono arrivate le cose. Insieme bisogna prendere atto che siamo un paese politicamente, civilmente e istituzionalmente minore. La nostra storia già parla per noi, ma l’attualità impone una tragica presa d’atto del fatto compiuto.

La politica – da almeno 150 anni, con una svolta significativa agli inizi degli anni ‘90 – è al servizio della economia. In altre parole, ciò che sarebbe economicamente utile risulta oggi anche politicamente impraticabile.  Il decreto Monti non è utile  a fronteggiare l’emergenza come ci viene spiegato e ripetuto dagli “house organs” del Mainstream.  Questa manovra è di per sé insufficiente a saldare il conto salato in interessi che il governo attualmente ha contratto con le Banche di emissione, ragion per cui ci aspettano altre manovre aggiuntive e/o correttive. Essa, conferisce al governo non l’autorevolezza  come ci viene spiegato, ma il  beneplacito necessario per trattare  con gli omologhi partner europei. Per questo i principali partiti, volens nolens, si vedono obbligati a sostenerlo. Anche i sindacati devono, obtorto collo, mandare giù il rospo. Altrimenti vedranno il loro potere – già ridimensionato dalle spinte economiciste – a ridursi ulteriormente.

Le oligarchie del potere (quello vero) non stanno solo alla finestra a guardare. Costoro sanno che il momento favorevole non è destinato a durare. Già prima che si indichino nuove elezioni, le esigenze della politica politicante ritorneranno a  calcare la scena. E, in quel preciso frangente, il governo del “Preside” comincerà a navigare a vista, temendo  sempre una tempesta in arrivo. I venti che ora spirano a favore sono appena sufficienti a spingere la barca, ma quando si sarà in mare aperto, nessuno assicura cosa accadrà. È questa circostanza, purtroppo, a rendere non del tutto plausibile la «politica dei due tempi» che l’esecutivo si è visto costretto ad adottare.

Il decreto, oltre a un sensibile accrescimento (che ha di per sé effetti depressivi) della pressione fiscale sul ceto medio, contiene una seria riforma delle pensioni e qualche buona misura a favore delle imprese. Ma il grosso degli interventi pro crescita è rinviato a un secondo tempo. Sono rinviate quasi del tutto le liberalizzazioni. E non si parla per ora di privatizzazioni. È rinviata la riforma della disciplina del lavoro. Sono rinviati gli interventi più incisivi sui costi della politica. Mancano infine provvedimenti volti a colpire la palla al piede rappresentata dalla inefficienza della macchina amministrativa.

Il governo Monti ha dovuto agire in fretta e, sicuramente, aveva le sue buone ragioni per farlo. Un’ulteriore dilatamento avrebbe indotto il Presidente Napoletano ad un cambio della guardia; per cui  tale scelta, per quanto necessitata, porta con sé due inconvenienti. Il primo riguarda il segno e la qualità del decreto Monti. Se le misure rinviate fossero state presenti nel decreto ciò avrebbe sicuramente ridotto il disagio dovuto all’accrescimento della pressione fiscale. Gli effetti depressivi sarebbero stati ampiamente compensati dalla generalizzata constatazione di una radicale svolta, di un irreversibile cambiamento. Finalmente, sarebbe stato a tutti chiaro che si stavano predisponendo le condizioni necessarie per fare riprendere al Paese il cammino dello sviluppo.

Il secondo e più grave inconveniente consiste nel fatto che in Italia la politica dei due tempi, come sappiamo per lunga esperienza, è quasi sempre destinata all’insuccesso. Il governo Monti è figlio di circostanze eccezionali. E sono le circostanze eccezionali ad averne decretato la impopolarità fra chi . Ma, come lo stesso Monti ha osservato, la popolarità del governo è destinata comunque a ridursi a causa della amara medicina che esso ci dovrà somministrare per via rettale.

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John Law

di Mirta Merlino

Quando a Roberto Calvi – divenuto poi tristemente noto come il “Banchiere di dio”-  un giornalista chiese, all’apice della sua fortuna,   di schizzagli  il ritratto del più importante banchiere dell’epoca moderna, lui, senza  pensarci un attimo, rispose: John Law. Ma chi era questo Law? Secondo il grande economista Shumpeter, Law era uno dei grandi visionari dell’economia, un uomo saggio e lungimirante, che seppe unire alla visione la voglia e l’ambizione del fare.  Ma qual era la visione e quale fu l’azione di John Law? E perché questa grande visione trasformata in azione, divenne quasi come un bastoncino di dinamite in mano a un ragazzo imprudente?  E’ una storia molto affascinante sia per i fatti che per le idee che vi circolano. E la moneta allo stato brado, il credito senza freni, le nuove forme di pagamento, i biglietti di banca, i titoli pubblici, le azioni, le nuove forme di mezzi di pagamento sono i protagonisti di questa vicenda. Cose che erano state appena inventate  in pochi sapevano davvero maneggiarle. il modo migliore

Law nasce in Scozia a Edimburgo nel 1671, mezzo secolo prima di un altro grande scozzese,  Adamo Smith, il padre dell’economia. Law non diventerà mai un accademico, ma ebbe straordinarie curiosità intellettuali, ebbe molta voglia di tradurre in realtà le sue idee, le sue intuizioni. Dopo di che si perse nel rischio e nell’azzardo.  Perché il rischio per Law fu davvero una calamita irresistibile.

Quando nel suo vagabondare fra le  corti europee John si sedeva al tavolo da gioco il suo però non era un azzardo vero e proprio perché in realtà ogni sua mossa veniva calcolata in base a complicatissimi calcoli delle probabilità che lo resero ben presto  ricco . Fu un uomo grande in tutti i sensi: fu alto, attraente, galante con le donne, accattivante con gli uomini, fu un brillante parlatore, fu molto generoso con amici a parenti, e fu anche molto sanguigno negli odi e negli amori. Ma fu anche fermo  nelle convinzioni e abile nell’azione. Non si spiega altrimenti come riuscì a convincere il reggente di Francia, Filippo d’Orleans ad affidare a lui, uno straniero, le finanze del Regno.  Per provare un esperimento senza precedenti. quale fu queste sperimento? Ebbene ci avventureremo nel meccanismo complesso e forse pazzo costruito da questo appassionato sperimentatore che giocava

Siamo a Londra. E’ il 9 Aprile del 1694. Le torce di alcuni gendarmi illuminano una strada umida di pioggia. A terra c’è il cadavere di un uomo elegantissimo: parrucca incipriata, belletti che però non riescono a nascondere l’età molto avanzata.  Si tratta di Edward Wilson, un  noto viveur dell’epoca, molto anziano  e, in piedi, poco distante, si intravede  il suo assassino: un uomo giovanissimo, bello, dai capelli rossicci, dallo sguardo fiammeggiante. E’ John Law, il barone di Larewston. “Un affare di donne” – decreta l’esperto commissario incaricato del caso. E, all’alba, John Law  viene portato nella prigione di New Gate e, dopo appena tredici giorni, la Corte di Giustizia lo condanna a morte per impiccagione. E così che la vita pubblica di John law ha inizio. La partita del giovane Law con la sua vita sembra persa per sempre. In realtà è solo all’inizio. Questo ventitreenne scozzese, conquistatore di  donne e gran giocatore, è in realtà destinato a ben altre imprese. Comincia così, in questo modo un po’ avventuroso, la vita pubblica del più affascinante e sorprendente speculatore della storia. Ma torniamo un momento indietro, nella scena della prigione di New gate.

John Law da questa cella riesce a far arrivare un biglietto ad una gran dama di corte, sua amante. Una donna così potente che riesce a ottenere – per il giovane libertino – la grazia dal sovrano.  D’altra parte però  il fratello dell’ucciso, in cerca di vendetta, ottiene l’appello. John law, perciò, viene  arrestato di nuovo, riportato in carcere  e, a quel punto, la dama non ha altra scelta che farlo esiliare.  Dunque, John Law viene imbarcato in piena notte su un veliero  che si sarebbe diretto verso le coste olandesi. Questo fu l’ultimo servigio prezioso della sua grande protettrice che John Law non vedrà mai più. Sull’elegante veliero, Law non si perde d’animo e  conosce un importante banchiere di Amsterdam, Monsignor Mercus, che affascinato dall’intelligenza e dallo charme del giovane, all’arrivo ad Amsterdam, lo introduce  nella buona società olandese. Quest’uomo diviene  un padre per John Law; ma ciò non gli impedisce di diventare l’amante di sua moglie (Madame Mercus) e, attraverso le notizie riservate che viene a sapere da questa donna nei loro incontri amorosi, diventa presto un ricco finanziere. In quello stesso periodo,  comincia ad organizzare diversi  viaggi nelle città italiane dove vivono le grande famiglie dei banchieri, e comincia a studiare il sistema del credito su larga scala. E li si impadronisce dei sistemi Ed entra nei grandi segreti delle famiglie dei banchieri italiani come quella dei Medici a Firenze. Dopo questi anni di apprendistato nei quali Law studia e sperimenta a fondo le varie tecniche della finanza si da alla stesura della sua opera più famosa: “Money and Trade”, nella quale suggerisce tesi moderne su come dare occupazione ai cittadini, utilizzando il credito e su come accrescere la moneta in circolazione. Anche grazie a questo scritto importante John Law diventa  uno dei più grandi uomini di Finanza e di banca che circolano in Europa.. Ma sul suo conto i giudizi sono molto discordi. Da una parte viene considerato generoso e, dall’altra, diabolico; da una parte ingenuo, dall’altra malvagio.  E quindi è stato spesso osannato e vilipeso. E le sue opere sono state considerate o opera pionieristiche o addirittura opere del demonio.  Vediamo quali sono queste idee innovative che Law lanciò nel dibattito dell’epoca.  Law separò il valore nominale da quello reale della moneta. Law coniò per primo la “terra moneta”. Una moneta cioè garantita dalla terra, che, per definizione, non perde valore. Naturalmente, la storia della moneta è lunga e complessa. Mentre, al giorno d’oggi, il valore di una cartamoneta è tale solo perché stampato dalla BCE, ché le conferisce un valore detto “facciale”, e quindi questo biglietto non ha in sostanza nessun valore, tranne per il fatto che in qualsiasi negozio si entri con quel biglietto si può comprare merce corrispondente a quell’importo. All’epoca era tutto molto diverso. Quando John Law introduceva le sue teorie, il valore della moneta non era solo facciale, ma reale; e le monete venivano coniate con una quantità di metallo prezioso “pari” al suo valore. Per questo che all’epoca l’intuizione di Law fu geniale. Lui pensò: “Perché non separare le monete dal valore reale da quello nominale… e come farlo?” Presto detto: garantendo i possessori delle monete con qualcosa che avesse effettivamente quel valore.  Il bene più solido e duraturo per l’epoca era, appunto, la “terra”. Queste sue idee, curiosamente, dopo aver conquistato il reggente di Francia, Filippo D’Orleans, verranno in parte seguite dai rivoluzionari francesi con l’emissione degli “Assignati”, delle promesse di pagamento dello Stato, che circolavano come monete garantite dalle terre del clero. Un’altra importante applicazione dunque dell’intuizione di Law. Purtroppo bisogna anticipare le conclusioni dicendo che le sue intuizioni, in entrambi i casi, ebbero un risultato finale disastroso. Ma veniamo ai rapporti tra John Law e Filippo d’Orleans. Il reggente di Francia, secondo gli storici, aveva conosciuto  Law in una bisca clandestina dove entrambi erano habitué. Una notte nella casa di una nota maitresse parigina, Madame Fillont,  la tra giovani ubriachi e vecchi ridicoli, il duca di Orleans sedette al tavolo da gioco con John Law  e rimase affascinato dal modo di prevedere i risultati delle giocate che Law aveva messo a punto.  D’altra parte, anche il duca Saint Simon che è uno dei grandi biografi di Law,  ce lo descrive come “il tipo d’uomo che, pur senza mai barare, vinceva continuamente alle carte, per l’arte consumata nei suoi sistemi di gioco.” Fu così che, all’indomani della loro prima conoscenza in un bordello,  Law fu ricevuto in udienza dal Duca d’Orleans e gli espose un progetto per  la creazione di una banca che potesse emettere carta-moneta. Ma all’inizio questo tentativo di John Law non andò in porto. Dovranno passare ben otto anni perché il destino si compia. Perché Filippo D’Orleans diventi reggente di Francia e perché si rivolga a John Law per essere aiutato ad uscire da questo dissesto terribile delle sue finanze. Il sistema proposto  di John Law al reggente prevedeva la creazione di una Banca di emissione che riducesse il debito pubblico e stimolasse l’attività commerciale e industriale, attraverso l’erogazione di credito mercantile.  Una banca quindi che rilasciava banconote a chi chiedeva prestiti, garantiti proprio delle proprietà terriere nazionali. Un editto regio del 2 maggio 1716 concesse a John Law e a suo fratello il diritto di fondare una Banca di emissione. Nasceva la cosi la Banque Royale. Una cosa incredibile: uno straniero creava la Banca reale di Francia. Contemporaneamente, John Law ebbe un’altra idea geniale, a suo modo, fondare una compagnia coloniale, sul modello della compagnia delle Indie britannica. La corona francese pensò di poter sfruttare a questi fini una regione del Mississippi che fu ribattezzata dal nome del Re, Louisiana.  Anche stavolta, John Law, un anno dopo, nel 1717, ottenne dal Re le lettere patenti, cioè una sorta di investitura per la costruzione della Compagnia dell’Occidente. Ma  vediamo in cosa consisteva questa compagnia dell’Occidente…

In termini societari era molto moderna. Infatti anticipava la forma della Società per Azioni, proprio per far partecipare il maggior numero possibile  di soci a questa impresa. I soci potevano pagare le azioni con i vecchi biglietti di stato, che ormai avevano pochissimo valore. In questo modo  John Law aiutava la corona a sostenere la pessima moneta che circolava in Francia. Il denaro veniva raccolto con la vendita delle azioni e veniva  immediatamente ceduto allo stato con l’interesse del 6%. In questo modo però la compagnia non disponeva di alcun capitale per condurre le proprie esplorazioni. In realtà era tutta una sorta di Bluff. Si arrivò ad una vera e propria messinscena. Pensate che a Parigi arrivò un enorme e bellissimo diamante (il più bello e il più perfetto, dopo il Gran Mogol) e la corte disse che arrivava dalle terre di Louisiana. In realtà, il reggente lo aveva comprato  e lo aveva fatto esporre al Louvre proprio per attirare gli ignari investitori in questa impresa e per far acquistare più azioni della compagni d’occidente. La compiacenza con cui Flippo favorì le operazioni senza scrupoli di Law contribuì a rendere i suoi rapporti con il parlamento molto tesi. Infatti il parlamento, accusò il reggente favorire lo svilimento della moneta. Nel frattempo Law continuò ad andare dritto per la sua strada. La compagnia dell’occidente venne ribattezzata in compagni des ands. Si fece carico di tutto il debito pubblico, favorita anche dalla rapida ascesa delle azioni  pensate che superarono le 13.00 lire  tornesi). Pensate che erano state quotate a 400 lire ed erano arrivate a 13.000 lire nel giro di pochi mesi. Quindi Law aveva messo in atto una speculazione straordinaria. Ci sono grandi descrizioni e racconti della Parigi dell’epoca, in cui la compravendita delle azioni era fittissima e il baccano delle vendite era assordante, gli speculatori erano diventati frenetici. Vi erano alcune strade dove si svolgevano contrattazioni folli fino a tarda notte, erano sempre affollate da una bolgia di gente di ogni rango e tipo. Addirittura si racconta che c’erano alcune persone che affittavano il proprio dorso come scrittoi durante le contrattazioni. Quindi restavano curvi e immobili contro il muro per permettere ai signori di sottoscrivere le azioni. Insomma, Parigi, in quell’epoca, fu sconvolta da una vera e propria febbre speculativa.

Il gioco perverso della speculazione era partito. Un gioco che si ripeterà nel tempo molto volte, anche recentemente, con il grande boom della “new economy”. Vi ricorderete come al NASDAQ americano le azioni quotate sul mercato statunitense aumentavano di valore sempre di più allontanandosi, in maniera quasi inspiegabile, da ogni riferimento con la realtà. E poi sono crollate in maniera apparentemente inspiegabile e altrettanto frettolosa, e hanno spesso fatto infrangere i sogni di molti investitori contro un muro di debiti e di delusioni. Ecco, anche allora, a Parigi capitò qualcosa di simile. C’erano casi di totale impazzimento: gente che ipotecava tutte le sue terre e le sue proprietà per comprare azioni. Ci fu il caso di un cocchiere, divenuto anche lui milionario, che un giorno si presentò al suo padrone con due compari e gli disse: “Signore, io vi lascio. Se vi occorre un cocchiere al mio posto, eccone due di cui rispondo pienamente. Sceglietene uno, perché l’altro lo assumo io”.

Insomma, arricchimenti vertiginosi, grande euforia, ma anche grandi rischi. Rischi che cominciavano a diventare reali. Infatti, a Parigi cominciavano a girare voci insistenti che in Louisiana non vi era nulla di prezioso e quindi, pian piano, le azioni della compagnia cominciarono a scendere. Law ebbe idee incredibili pur di tenere alto il valore delle azioni. Addirittura,  reclutò un migliaio di mendicanti, gli fornì  badili e picconi, e li fece sfilare per le vie di Parigi, dicendo  che erano i nuovi pionieri che si avviavano in Louisiana  a lavorare nelle miniere di diamanti. Insomma, verità e menzogna e realtà e  illusioni si erano oramai mescolati. Il re era plagiato da Law e arrivò addirittura a licenziare il parlamento a Pontois. Ma i francesi più oculati cominciarono a sentire puzza di bruciato ed a vendere precipitosamente le loro azioni. Il panico si diffuse in tutta Europa e a Parigi, in una fredda notte di dicembre,  una folla inferocita assaltò  la casa di John Law, distruggendola e dandole fuoco; e poi arrivò fin sotto il palazzo reale, agitando fiaccole e forconi contro il re, e dicendo che quella carta che riempiva le loro tasche ormai non serviva più a nulla. Il 24 dicembre del 1720, la banca di Law chiuse i battenti,  dopo appena cinque anni dalla sua nascita. La compagnia delle Indie fallì miseramente e quella stessa notte, a bordo di una carrozza, mascherato in modo da non essere riconosciuto, John Law dovette fuggire da Parigi alla volta di Venezia. Il sogno di Law era finito. Il risveglio era stato improvviso e violento. In Francia Law aveva lasciato fortune spezzate, prezzi in diminuzione, commerci che languivano, ma soprattutto  un’endemica diffidenza per le banche, i banchieri e le banconote. Si racconta che per le strade di Parigi, echeggiava una canzone che consigliava di usare le banconote di John Law come carta igienica.

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Destini incrociati

 

Lui è un impiegato  di provincia con una mite depressione sotto traccia, sempre ligio alle regole, mai sopra le righe. Niente scappatelle o colpi di testa. Un brav’uomo, educato religiosamente dalla mamma, fa gli auguri a tutti i parenti, compresi quelli che vivono oltreoceano. Alla Zia  più cara li porge deferentemente a domicilio accompagnandoli sempre da un mazzo di rose. L’ultima volta però, la sua visita è risultata quanto meno inopportuna: la zia orma ottantenne  era deceduta.
Ha un cane di nome Nico, al quale, una volta in casa, fa indossare le pattine…ve lo immaginate voi un cane bassotto che gironzola per casa con le pattine alle zampe?
Ha sposato una donnina quarantenne con i piedi (e anche la testa a terra. Anche lei una dipendente dello stato, ma con mansioni diverse.Non hanno figli, né potrebbero averli per problemi legati all’età.
Oggi costoro hanno un problema: vivono nel mondo e non sanno tirarsi indietro.
La maggior parte dei loro colleghi si sono separati e quella minore è in procinto di farlo. Di questi ultimi alcuni sono  sul piede del tradimento, e altri, i  più dotati, riescono ancora a farla franca e a  tenere due piedi in una scarpa. Le famiglie vicine di casa sono costituite da una coppia omosessuale, una coppia risposata di recente, una convivenza ai limiti dell’assurdo fra un un uomo di ventuno anni e una donna di cinquantadue e il prete  – loro amico  – vorrebbe gettare la tonaca ma non può per motivi economici. Barricati in casa, costoro  provano a distrarsi davanti alla TV  dove gli spettacoli sono a senso unico: telenovele adulterine, spettacoli depravati, film porno e sceneggiati. Allora comprano il giornale e le notizie sembrano sempre le stesse. separazioni, omicidi a sfondo sessuale, abbandoni coniugali ecc. Ecco, questa è la situazione che questo pover’uomo, con quindici anni di matrimonio alle spalle, ogni giorno deve – obtorto collo  – affrontare.

postato da Pier_Luigi alle ore 18:38

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