La “missione” tradita

E’ facile – per noi occidentali – giudicare abominevole, criminale, disumana, l’uccisione della povera Saman Abbas ad opera degli stessi parenti, i quali, dopo averla barbaramente uccisa, ne hanno fatto sparire persino il cadavere. Evidentemente, la famiglia della sfortunata ragazza pachistana non aveva letto Avicenna e nemmeno il filosofo Averroé. In parole povere non tutti nascono con la camicia, in famiglie illuminate che investono in una necessaria istruzione, ormai diventato un requisito indispensabile per chi, come Saman, vive la drammatica situazione di una “doppia identità”. La disgraziata ragazza si è trovata di fronte ad una saga da clan, fatta di riti tribali, da individui che strumentalizzano il loro credo per fini personali. Altri, forse non saranno d’accordo su questa mia considerazione. Ma non è questo il punto. Questa gente non solo non condivideva le sue scelte: non concepivano nemmeno la possibilità per quella ragazza di immaginare un’altra vita, di desiderare un diverso futuro da quello che, viceversa, le era già stato assegnato. E’ questa la vera tragedia, l’abisso culturale che ci separa e ci distingue da questa gente. E allora, riemerge, come un fiume carsico, la tanto esecrata “missione civilizzatrice dell’occidente”! “Missione” che, con la fine del secondo conflitto mondiale, è andata progressivamente svuotata. Qui, infatti, non si tratta di calpestare le tradizioni altrui o di depredare le ricchezze di un popolo, ma di mettere un freno a certe aberrazioni comportamentali che non hanno nulla di “religioso” e, tantomeno, di “umano”. Si tratta, cioè, di ristabilire il “primato dell’uomo” come sovrano assoluto di questa terra! E bisogna difendere l’uomo comune da tutti i “potenti”, religiosi e politici, che desiderano assoggettarlo ai propri desideri, negandogli la libertà che gli spetta per diritto di nascita. Questo aspetto è stato sottolineato da un grande poeta, che eviterò di citare, per il doveroso rispetto che merita…e che tuttavia resta assai attuale nel panorama geopolitico odierno, dove vengono scatenate guerre decennali, per i motivi più abietti ed innominabili.

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Umanizzare il mondo significa “pastorizzarlo”.

Attraverso l’uso smodato della ragione abbiamo “umanizzato” il mondo, rendendolo a misura delle esigenze degli uomini e delle donne che ora non hanno più bisogno della “natura” ma di ambienti a loro confacenti.

Questo tipo di mondo “umanizzato” è una sorta di mondo “anestetizzato”, “𝘱𝘢𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘻𝘻𝘢𝘵𝘰”. Sì, pastorizzato mi sembra l’assonanza più caustica (e vera) al mondo umanizzato che oggi gli amici paci-finti pretendono debba essere l’unico mondo possibile.

E d’altronde cosa sarebbe stato possibile fare quando, da un lato, c’è chi pensa e, dall’altro, le cose che sono pensate? Dove, infine, c’è il bene o il male?

Hanno “umanizzato” il mondo “snaturandolo”. La vita “umanizzata”, anche per gli animali e le piante, come una bibita pastorizzata sugli scaffali del supermarket del mondo. Aperta la bibita, consumare entro pochi giorni: germi e batteri attendono.

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Il pagliaio usurato

𝐿𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑑𝑖𝑛𝑎

𝑎𝑝𝑝𝑒𝑠𝑎 𝑎𝑙 𝑐𝑎𝑝𝑝𝑖𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑛𝑡𝑖𝑛𝑎;

𝑎𝑔𝑜𝑛𝑖𝑧𝑧𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑝𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎𝑖𝑜

𝑖𝑙 𝑐𝑎𝑛𝑒 𝑎𝑓𝑓𝑎𝑚𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑠𝑐𝑖𝑛𝑎.

𝑆𝑜𝑓𝑓𝑜𝑐𝑎 𝑖𝑙 𝑐𝑎𝑚𝑝𝑜 𝑑𝑖 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑜

𝑎𝑠𝑓𝑖𝑠𝑠𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑚𝑖𝑔𝑛𝑎;

𝑖𝑙 𝑐𝑖𝑒𝑙𝑜, 𝑖𝑙 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑛𝑜

𝑒 𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑛𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑚𝑎𝑡𝑟𝑖𝑔𝑛𝑎

𝑔𝑟𝑎𝑐𝑐ℎ𝑖𝑎𝑛𝑜 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑒.

𝐼𝑙 𝑠𝑢𝑑𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑟𝑜𝑛𝑡𝑒

𝑛𝑜𝑛 𝑏𝑎𝑔𝑛𝑎 𝑖𝑙 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑏𝑟𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎𝑛𝑡𝑒

𝑖𝑛𝑠𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑒 𝑎𝑛𝑔𝑜𝑠𝑐𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑖𝑙 𝑑𝑒𝑏𝑖𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑜𝑛𝑜𝑟𝑎𝑡𝑜.

𝑇𝑟𝑒𝑏𝑏𝑖𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎, 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑚𝑚𝑖𝑎 𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑖𝑛𝑎,

r𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎𝑡𝑜

𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑝𝑜𝑙𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙’𝑒𝑟𝑏𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎

𝑑𝑒𝑙 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑒𝑛𝑜 𝑖𝑛𝑐𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑜𝑛𝑜𝑟𝑎𝑡𝑜.

PC

the painting: John Dawson Watson, Haystack

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Negare equivale a cancellare

Negare la festa odierna equivale a cancellare decenni di battaglie e conquiste sindacali nel mondo del lavoro. Molti pensano di essere originali nel rivendicare il diritto a lavorare in questa santa giornata. Ma si sbagliano di grosso! Non sanno che quanto hanno ottenuto finora è il frutto amaro di sconfitte e delusioni; ma anche il risultato di battaglie portate a termine con successo. Sono battaglie costate lacrime e sangue al popolo lavoratore. Il fatto che oggi solo pochi possano festeggiare è la prova provata di quanto affermo, proprio perché è invalsa la cattiva abitudine di snobbare e denigrare questa festa, ritenendola un armamentario del passato, inutile e costosa. Molti, infatti, sono costretti a lavorare anche oggi, perché ricattati da un sistema che non tutela più i sacrosanti diritti di chi lavora! Oggi, per fortuna, dopo tanti anni, anche mia moglie potrà festeggiare il 1° maggio. Buona Festa a tutti e, soprattutto, a chi non può ancora festeggiare!

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Voglia di abbracciarsi

𝐿𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑒 𝑟𝑖𝑛𝑔ℎ𝑖𝑜𝑠𝑎 𝑏𝑢𝑡𝑡𝑎𝑣𝑎 𝑔𝑖𝑎̀ 𝑠𝑒𝑚𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑎𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎.𝑆𝑖 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑣𝑎 𝑖𝑛𝑑𝑜𝑣𝑖𝑛𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑎𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑎, 𝑙’𝑖𝑠𝑡𝑒𝑟𝑖𝑐𝑎, 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑎 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑙𝑎 𝑎𝑔𝑖𝑡𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑎𝑣𝑒𝑟𝑛𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑂𝑙𝑦𝑚𝑝𝑖𝑎. 𝐺𝑖𝑢̀ 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑢𝑛𝑔𝑎 𝑐𝑎𝑛𝑡𝑖𝑛𝑎-𝑑𝑎𝑛𝑐𝑖𝑛𝑔 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑏𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑠𝑝𝑒𝑐𝑐ℎ𝑖, 𝑙𝑒𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑝𝑒𝑠𝑡𝑎𝑣𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑙𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑛 𝑑𝑖𝑠𝑝𝑒𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑚𝑢𝑠𝑖𝑐𝑎𝑙𝑒 𝑛𝑒𝑔𝑟𝑜-𝑔𝑖𝑢𝑑𝑎𝑖𝑐𝑜-𝑠𝑎𝑠𝑠𝑜𝑛𝑒. 𝐵𝑟𝑖𝑡𝑎𝑛𝑛𝑖𝑐𝑖 𝑒 𝑛𝑒𝑟𝑖 𝑚𝑖𝑠𝑐ℎ𝑖𝑎𝑡𝑖. 𝐿𝑒𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖𝑛𝑖 𝑒𝑟𝑢𝑠𝑠𝑖, 𝑠𝑒 𝑛𝑒 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑎𝑝𝑝𝑒𝑟𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜, 𝑎 𝑓𝑢𝑚𝑎𝑟𝑒, 𝑏𝑒𝑟𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒,𝑚𝑎𝑙𝑖𝑛𝑐𝑜𝑛𝑖𝑐𝑖 𝑒 𝑚𝑎𝑟𝑧𝑖𝑎𝑙𝑖, 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑖 𝑠𝑜𝑓𝑎̀ 𝑐𝑟𝑒𝑚𝑖𝑠𝑖. 𝑄𝑢𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑢𝑛𝑖-𝑓𝑜𝑟𝑚𝑖 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑐𝑖 𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑎 𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑎 𝑔𝑟𝑎𝑛 𝑓𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎,𝑓𝑢𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑙𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑜𝑔𝑔𝑖, 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑒 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑒𝑟𝑎̀ 𝑢𝑛 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑙𝑒𝑡𝑎𝑚𝑎𝑖𝑜 𝑓𝑟𝑎 𝑢𝑛 𝑝𝑜’, 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑢𝑛𝑔𝑎.𝐵𝑒𝑛 𝑎𝑙𝑙𝑒𝑛𝑎𝑡𝑖 𝑎𝑙 𝑑𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐ℎ𝑒 𝑜𝑟𝑎 𝑑’𝑂𝑙𝑦𝑚𝑝𝑖𝑎 𝑜𝑔𝑛𝑖𝑠𝑒𝑡𝑡𝑖𝑚𝑎𝑛𝑎, 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑣𝑎𝑚𝑜 𝑖𝑛 𝑔𝑟𝑢𝑝𝑝𝑜 𝑎 𝑓𝑎𝑟 𝑝𝑜𝑖 𝑣𝑖𝑠𝑖𝑡𝑎 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑖𝑛𝑔𝑒𝑟𝑖𝑠𝑡𝑎-𝑔𝑢𝑎𝑛𝑡𝑎𝑖𝑎-𝑙𝑖𝑏𝑟𝑎𝑖𝑎 𝑀𝑎𝑑𝑎𝑚𝑒 𝐻𝑒𝑟𝑜𝑡𝑒, 𝑎𝑙𝑙’𝐼𝑚𝑝𝑎𝑠𝑠𝑒𝑑𝑒𝑠 𝐵𝑒𝑟𝑒𝑠𝑖𝑛𝑎𝑠, 𝑑𝑖𝑒𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑒 𝐹𝑜𝑙𝑖𝑒𝑠-𝐵𝑒𝑟𝑔𝑒̀𝑟𝑒𝑠, 𝑜𝑔𝑔𝑖 𝑠𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑟𝑠𝑎,𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑖 𝑐𝑎𝑔𝑛𝑒𝑡𝑡𝑖 𝑣𝑒𝑛𝑖𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑑𝑟𝑜𝑛𝑐𝑖𝑛𝑒, 𝑎𝑙 𝑔𝑢𝑖𝑛𝑧𝑎𝑔𝑙𝑖𝑜,𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑖. 𝐶𝑖 𝑣𝑒𝑛𝑖𝑣𝑎𝑚𝑜, 𝑛𝑜𝑖, 𝑎 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑡𝑒𝑛𝑡𝑜𝑛𝑖 𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀, 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑐𝑖 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑑𝑖𝑎𝑣𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑟𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎. 𝐶𝑖 𝑣𝑒𝑟𝑔𝑜𝑔𝑛𝑎-𝑣𝑎𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑎, 𝑚𝑎 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑎𝑣𝑎 𝑝𝑢𝑟 𝑓𝑎𝑟𝑐𝑖 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎! 𝐸’ 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑛𝑢𝑛𝑐𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑚𝑜𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎. 𝑆𝑖 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎 𝑖𝑙𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑎 𝑢𝑐𝑐𝑖𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑜 𝑎𝑑 𝑎𝑑𝑜𝑟𝑎𝑟𝑒 𝑎 ‘𝑠𝑡𝑜 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜, 𝑡𝑢𝑡𝑡’𝑒 𝑑𝑢𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑖́𝑒𝑚𝑒. << 𝑇𝑖 𝑜𝑑𝑖𝑜! 𝑇𝑖 𝑎𝑑𝑜𝑟𝑜! ›> 𝑆𝑖 𝑡𝑖𝑟𝑎 𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖, 𝑐𝑖 𝑠𝑖 𝑡𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑔𝑛𝑖𝑎, 𝑠𝑖 𝑎𝑝𝑝𝑖𝑜𝑝𝑝𝑎 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑎𝑙 𝑏𝑖𝑝𝑒𝑑𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑒𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑜𝑝𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑓𝑟𝑒𝑛𝑒𝑠𝑖𝑎, 𝑎 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑜, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑠𝑒 𝑓𝑜𝑠𝑠𝑒 𝑠𝑡𝑟𝑎𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑡𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑝𝑒𝑡𝑢𝑎𝑟𝑠𝑖, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑠𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑐𝑖 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑠𝑠𝑒 𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒, 𝑖𝑛 𝑓𝑖𝑛 𝑑𝑒𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖, 𝑒𝑡𝑒𝑟𝑛𝑖. 𝑉𝑜𝑔𝑙𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑎𝑏𝑏𝑟𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑚𝑎𝑙𝑔𝑟𝑎𝑑𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑐𝑖 𝑠𝑖 𝑔𝑟𝑎𝑡𝑡𝑎.

L̲.̲F̲.̲ ̲C̲é̲l̲i̲n̲e̲,̲ ̲V̲i̲a̲g̲g̲i̲o̲ ̲a̲l̲ ̲t̲e̲r̲m̲i̲n̲e̲ ̲d̲e̲l̲l̲a̲ ̲n̲o̲t̲t̲e̲,̲ ̲p̲a̲g̲g̲.̲ ̲8̲4̲-̲8̲5̲

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𝐒𝐮𝐥𝐥’𝐚𝐬𝐬𝐮𝐫𝐝𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐥’𝐢𝐧𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚

« 𝐸̀ 𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑎𝑧𝑧𝑜, 𝐹𝑒𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑛𝑑?

– 𝐦𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐞 𝐥𝐞𝐢 𝐮𝐧 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐞𝐝𝐢̀.

– 𝐿𝑜 𝑠𝑜𝑛𝑜! 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐬𝐬𝐚𝐢.

– 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑡𝑖 𝑐𝑢𝑟𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑞𝑢𝑖?

– 𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑖 𝑐𝑢𝑟𝑎 𝑚𝑖𝑐𝑎 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑢𝑟𝑎, 𝐿𝑜𝑙𝑎.

– 𝐻𝑎𝑖 𝑑𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑎 𝑝𝑎𝑢𝑟𝑎?

– 𝐴𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑝𝑖𝑢̀ 𝐿𝑜𝑙𝑎, 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑝𝑎𝑢𝑟𝑎, 𝑣𝑒𝑑𝑖, 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑚𝑢𝑜𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑒 𝑛𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎𝑙𝑒, 𝑖𝑜, 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖, 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑚𝑖 𝑏𝑟𝑢𝑐𝑖𝑛𝑜. 𝑉𝑜𝑟𝑟𝑒𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑚𝑖 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎𝑠𝑠𝑒𝑟𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎, 𝑎 𝑚𝑎𝑟𝑐𝑖𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑐𝑖𝑚𝑖𝑡𝑒𝑟𝑜, 𝑡𝑟𝑎𝑛𝑞𝑢𝑖𝑙𝑙𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑙𝑎̀, 𝑝𝑟𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑎 𝑟𝑖𝑣𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒, 𝑓𝑜𝑟𝑠𝑒… 𝐶ℎ𝑖𝑠𝑠𝑎𝑚𝑎𝑖! 𝑀𝑒𝑛𝑡𝑟𝑒 𝑠𝑒 𝑚𝑖 𝑟𝑖𝑑𝑢𝑐𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒, 𝐿𝑜𝑙𝑎, 𝑡𝑢 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑠𝑐𝑖, 𝑠𝑎𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒 𝑓𝑖𝑛𝑖𝑡𝑎, 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑓𝑖𝑛𝑖𝑡𝑎… 𝑈𝑛𝑜 𝑠𝑐ℎ𝑒𝑙𝑒𝑡𝑟𝑜, 𝑚𝑎𝑙𝑔𝑟𝑎𝑑𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜, 𝑎𝑠𝑠𝑜𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑢𝑛 𝑝𝑜’ 𝑎 𝑢𝑛 𝑢𝑜𝑚𝑜… 𝐸 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑝𝑟𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑎 𝑟𝑖𝑣𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑒𝑛𝑒𝑟𝑖… 𝐿𝑒 𝑐𝑒𝑛𝑒𝑟𝑖 𝑒̀ 𝑓𝑖𝑛𝑖𝑡𝑎… 𝐶ℎ𝑒 𝑛𝑒 𝑑𝑖𝑐𝑖?… 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎, 𝑛𝑒𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜, 𝑙𝑎 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎…

– 𝑂ℎ! 𝑀𝑎 𝑎𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑠𝑒𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑢𝑛 𝑣𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑐𝑐𝑜, 𝐹𝑒𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑛𝑑! 𝑇𝑢 𝑠𝑒𝑖 𝑟𝑖́𝑝𝑢𝑔𝑛𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛 𝑡𝑜𝑝𝑜…

– 𝑆𝑖̀, 𝑎𝑠𝑠𝑜𝑙𝑢𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑣𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑐𝑐𝑜, 𝐿𝑜𝑙𝑎, 𝑟𝑖𝑓𝑖𝑢𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑒𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑐ℎ𝑒 𝑐’𝑒̀ 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜… 𝑁𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑝𝑙𝑜𝑟𝑜, 𝑖𝑜… 𝑁𝑜𝑛 𝑚𝑖 𝑟𝑎𝑠𝑠𝑒𝑔𝑛𝑜, 𝑖𝑜… 𝑁𝑜𝑛 𝑚𝑖 𝑝𝑖𝑎𝑔𝑛𝑢𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑎𝑑𝑑𝑜𝑠𝑠𝑜, 𝑖𝑜… 𝐿𝑎 𝑟𝑖𝑓𝑖𝑢𝑡𝑜 𝑟𝑒𝑐𝑖𝑠𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑐𝑜𝑛 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑔𝑙𝑖 𝑢𝑜𝑚𝑖𝑛𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑒𝑛𝑒, 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑎𝑣𝑒𝑟𝑐𝑖 𝑛𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑜𝑟𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑒𝑖. 𝐹𝑜𝑠𝑠𝑒𝑟𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑣𝑒𝑐𝑒𝑛𝑡𝑜𝑛𝑜𝑣𝑎𝑛𝑡𝑎𝑐𝑖𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑚𝑖𝑙𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑒 𝑖𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑜, 𝑠𝑎𝑟𝑒𝑏𝑏𝑒𝑟𝑜 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑡𝑜𝑟𝑡𝑜, 𝐿𝑜𝑙𝑎, 𝑒 𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 ℎ𝑜 𝑟𝑎𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑙 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑎 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜: 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑚𝑜𝑟𝑖𝑟𝑒.

– 𝑀𝑎 𝑒̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑟𝑖𝑓𝑖𝑢𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎, 𝐹𝑒𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑛𝑑! 𝐶𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑖 𝑝𝑎𝑧𝑧𝑖 𝑒 𝑖 𝑣𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑖𝑓𝑖𝑢𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑃𝑎𝑡𝑟𝑖𝑎 𝑒̀ 𝑖𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜…

– 𝐴𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑣𝑖𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑖 𝑝𝑎𝑧𝑧𝑖 𝑒 𝑖 𝑣𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑐𝑐ℎ𝑖! 𝑂 𝑝𝑖𝑢𝑡𝑡𝑜𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑣𝑣𝑖𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑖 𝑝𝑎𝑧𝑧𝑖 𝑒 𝑖 𝑣𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎𝑐𝑐ℎ𝑖! 𝑇𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑒𝑠𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜, 𝐿𝑜𝑙𝑎, 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑑𝑎𝑡𝑖 𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑖 𝐶𝑒𝑛𝑡’𝐴𝑛𝑛𝑖?… 𝐻𝑎𝑖 𝑚𝑎𝑖 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑖 𝑛𝑜𝑚𝑖?… 𝑁𝑜, 𝑣𝑒𝑟𝑜?… 𝐻𝑎𝑖 𝑚𝑎𝑖 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑡𝑜? 𝑇𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑒𝑡𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑛𝑜𝑛𝑖𝑚𝑖, 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑒 𝑠𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑖𝑢𝑡𝑖 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑙’𝑢𝑙𝑡𝑖𝑚𝑜 𝑎𝑡𝑜𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑓𝑒𝑟𝑚𝑎𝑐𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎 𝑛𝑜𝑖, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑎 𝑐𝑎𝑐𝑐𝑎 𝑚𝑎𝑡𝑡𝑢𝑡𝑖𝑛𝑎… 𝑉𝑒𝑑𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑛𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝐿𝑜𝑙𝑎! 𝑃𝑒𝑟 𝑎𝑠𝑠𝑜𝑙𝑢𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑛𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑛𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒, ‘𝑠𝑡𝑖 𝑐𝑟𝑒𝑡𝑖𝑛𝑖! 𝑇𝑒 𝑙𝑜 𝑑𝑖𝑐𝑜 𝑖𝑜! 𝐴𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎! 𝑁𝑜𝑛 𝑐’𝑒̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎. 𝐹𝑟𝑎 𝑑𝑖𝑒𝑐𝑖𝑚𝑖𝑙𝑎 𝑎𝑛𝑛𝑖, 𝑐𝑖 𝑠𝑐𝑜𝑚𝑚𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎, 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑠𝑢𝑏𝑙𝑖𝑚𝑒 𝑐𝑖 𝑠𝑒𝑚𝑏𝑟𝑖 𝑎𝑑𝑒𝑠𝑠𝑜, 𝑠𝑎𝑟𝑎̀ 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎𝑡𝑎… 𝑆𝑎𝑟𝑎̀ 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑠𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑑𝑜𝑧𝑧𝑖𝑛𝑎 𝑑𝑖 𝑒𝑟𝑢𝑑𝑖𝑡𝑖 𝑠’𝑎𝑐𝑐𝑎𝑝𝑖𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑞𝑢𝑎 𝑒 𝑙𝑎̀, 𝑐𝑖𝑟𝑐𝑎 𝑙𝑒 𝑑𝑎𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑟𝑖𝑛𝑐𝑖𝑝𝑎𝑙𝑖 𝑒𝑐𝑎𝑡𝑜𝑚𝑏𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑠𝑒𝑟𝑜 𝑓𝑎𝑚𝑜𝑠𝑎… 𝐸 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑐ℎ𝑒 𝑔𝑙𝑖 𝑢𝑜𝑚𝑖𝑛𝑖 𝑠𝑜𝑛 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑖 𝑓𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑖 𝑎 𝑡𝑟𝑜𝑣𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑠𝑢 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑐𝑜𝑙𝑜, 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑓𝑖𝑛𝑜 𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐ℎ𝑒 𝑜𝑟𝑎… 𝐼𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑜 𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑣𝑣𝑒𝑛𝑖𝑟𝑒, 𝐿𝑜𝑙𝑎…»

𝗟.𝗙.𝗖𝗲́𝗹𝗶𝗻𝗲 – 𝗩𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗮𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘁𝘁𝗲, 𝗽𝗮𝗴𝗴.𝟳𝟲-𝟳𝟳

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Politically correct lies

L’emergenza pandemica è riuscita ( fra le altre cose negative) a smascherare il “segreto di Pulcinella dell’UE”, ovvero la realtà di un mostro burocratico senz’anima, schiavo di una lentezza esasperante, di una contrattazione perenne fra interessi contrapposti delle diverse “lobby” in antitesi inconciliabili. Un tutto che è, a ben vedere, meno della somma delle sue parti. Ma questo non lo si può dire, naturalmente.

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Ci risiamo: chiuso il canale di Claudio Messora, alias “Byoblù“. Trattasi di un atto gravissimo, poiché lede il diritto di espressione e la libertà di pensiero. Non si tratta, infatti, di condividere o meno quello che dicevano Claudio Messora e i suoi numerosi ospiti. Il problema sta nel diritto di censura che si attribuiscono i proprietari dei canali social! Come già è accaduto per Casapound su Facebook, adesso è capitato a Claudio Messora su You Tube. La scusa è questa: “i social sono privati, quindi possono censurare chi vogliono“. Si tratta, a ben vedere, di una finta ovvietà. Perché, per esempio, il proprietario di un bar non può rifiutarsi di servire da bere a qualcuno solo perché gli sta antipatico! Eppure il bar è di sua proprietà! Ma ciò non toglie che quel bar esercita una funzione pubblica normata dalla legge. Immaginati se accadesse che un barista razzista si rifiutasse di servire da bere ad un immigrato? E’ una domanda retorica di cui si conoscono i contorni, gli sviluppi e la risposta.

I colossi della rete impongono a tutti le loro regole, che sono INSINDACABILI! In altre parole non è possibile chiedere conto delle decisioni che vengono prese, per il semplice motivo che la risposta (insindacabile) è quasi sempre la stessa: “il suo canale ha violato le regole della community“. Non si dice cioè quale è il motivo preciso di questa decisione. Quando non ci sono diritti di terzi violati, quando si esprimono semplicemente delle opinioni (condivisibili o meno) si dovrebbe essere per lo meno più precisi e dare risposte circostanziate. Ma i giganti della rete non hanno tempo da perdere e preferiscono liquidare i loro avversari in modo sommario, senza diritto di replica.

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Cos’è la critica

«𝘓𝘢 𝘤𝘳𝘪𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘦𝘳𝘷𝘦𝘭𝘭𝘰, 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘤𝘦𝘳𝘷𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦.
𝘕𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘤𝘰𝘭𝘵𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘢𝘯𝘢𝘵𝘰𝘮𝘪𝘤𝘰, 𝘦̀ 𝘶𝘯’𝘢𝘳𝘮𝘢.
𝘐𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘰𝘨𝘨𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘯𝘦𝘮𝘪𝘤𝘰, 𝘤𝘩𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘷𝘶𝘰𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘶𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘣𝘦𝘯𝘴𝘪̀ 𝘢𝘯𝘯𝘪𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦.
[…] 𝘐𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘱𝘢𝘵𝘩𝘰𝘴 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘯𝘻𝘪𝘢𝘭𝘦 𝘦̀ 𝘭’𝘪𝘯𝘥𝘪𝘨𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘪𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘪𝘵𝘰 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘯𝘻𝘪𝘢𝘭𝘦 𝘦̀ 𝘭𝘢 𝘥𝘦𝘯𝘶𝘯𝘤𝘪𝘢».

(𝘒. 𝘔𝘢𝘳𝘹, 𝘗𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘤𝘳𝘪𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘧𝘪𝘭𝘰𝘴𝘰𝘧𝘪𝘢
𝘥𝘦𝘭 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘏𝘦𝘨𝘦𝘭. 𝘐𝘯𝘵𝘳𝘰𝘥𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦)

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Aspettando il passo di chi torna a reclamarci

“Allora si aspetta di essere cercati di nuovo e si resta a occhi aperti di notte, aspettando il passo di chi torni a reclamarci. Ma, nessuno torna e dopo il giusto tempo si è di nuovo se stessi,sciolti dal possesso, liberi perché si diventa liberi dopo essere stati perduti”.

Erri De Luca, “Aceto arcobaleno”

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